SPONSOR DEL MESE
info@metamusica.com
      | italiano | Inglese  | 
INFORMAZIONI SU:
Compositori Italiani
Compositori stranieri
Esecutori
Cameristi 
Ensemble
Cantanti
BIOGRAFIE
NEWS CONCERTI
ARTICOLI
Collabora
Recording
Gratis
 Scambio banner
 
Software Audio
Software Video/Grafica
Software vari
Riviste italiane
Riviste straniere
 

              ARCHIVIO  ARTICOLI              

 

 Intervista a Sir Peter Maxwell Davies


di Filippo Maria Daidone


Ho avuto modo di incontrare il compositore inglese in occasione del suo soggiorno a Firenze, dove era venuto per seguire personalmente le prove e l’esecuzione dal vivo del brano Vesalii Icones per violoncello solista, danzatore e piccolo ensemble strumentale.
Vesalii Icones (1969) è una suite di 14 danze che trae spunto dalle illustrazioni contenute nel De Humani corporis fabrica (La struttura del corpo umano), un trattato pubblicato nel 1543 che ha guadagnato al suo autore, il fiammingo Andreas Vesalius (1514-1564), la fama di padre della anatomia moderna. Nel progetto compositivo di Maxwell Davies, le illustrazioni di Vesalius si sovrappongono alle 14 stazioni della Via Crucis (modificate per includervi la Resurrezione). Ai tre livelli iconografici di cui dispone il danzatore (le illustrazioni della Fabrica, le stazioni della Croce e il suo stesso corpo) corrispondono, come ha spiegato il compositore, altrettanti livelli musicali: il canto gregoriano, la musica “leggera” e il materiale derivato creativamente da entrambi. L’inclusione della figura dell’anticristo nel quadro finale, dedicato alla Resurrezione, lungi dall’esibire intenzioni sacrileghe, vuol mettere i guardia dalle apparenze: “la questione è saper distinguere il vero dal falso”. La danza tende a scavare l’anatomia di uno spazio fisico concentrato e austero: 14 “istantanee” fisiche sul senso del corpo scavato nella figura che appare. Tra esercizio, costruzione e incertezza.
L’intervista ha luogo in uno splendido e soleggiato mattino di fine maggio, presso l’auditorium sede delle prove, situato in una suggestiva zona dell’oltrarno fiorentino, nel corso di una pausa.
Peter Maxwell Davies è persona squisita, dai modi gentili, tipicamente inglesi e dal carattere affabile, per nulla affettato e controllatissimo nei gesti e nei toni; l’interlocutore ideale, stimolante ed appagante al tempo stesso. Come compositore, tra i più importanti del nostro tempo, è stato insignito di numerosi premi e riconoscimenti, tra cui il Commander of the British Empire; nel marzo 2004 è stato nominato Master of the Queen’s Music.

Quanto segue è il resoconto della nostra chiacchierata.

Filippo Maria Daidone: Buongiorno Maestro, volevo innanzitutto chiederLe di parlarci del brano che verrà eseguito stasera, Vesalii Icones per violoncello solista, danzatore ed ensemble. Io non conosco questo lavoro, non l’ho mai ascoltato ma mi sembra di aver capito che si tratta di un brano dove la musica e il teatro, attraverso la danza, convergono in una performance più ampia.
Peter Maxwell Davies: Sì, è veramente una specie di musica “teatrale”, dove c’è una compresenza, quasi una sovrapposizione, tra la musica e la danza, dove intervengono istanze espressive diverse e molteplici afferenti alle due sfere artistiche. Si tratta di un brano scritto nel 1969: ho voluto scrivere qualcosa per il mio gruppo, che fosse possibile eseguire anche con un organico ridotto; abbiamo infatti eseguito questo pezzo e altri pezzi simili, scritti per un complesso molto ristretto, piccolo, di musicisti; ad esempio, nel caso di questo brano, abbiamo un danzatore, ma in altri pezzi ci può essere una cantante, una danzatrice, etc., sempre insieme ad un ensemble ristretto di musicisti. Questo per far sì che fosse possibile suonare questi brani anche senza molti soldi a disposizione, in grandi città così come in piccoli villaggi in tutto il mondo. Questo era molto importante per noi; ho potuto infatti constatare che opere scritte per grandi organici e grandi teatri non interessano a nessuno: una grande opera scritta per un gran teatro non viene eseguita, anche se c’è la musica contemporanea…
FMD: In Italia, soprattutto se c’è la musica contemporanea non viene eseguita…
PMD (risate): Sì,effettivamente… Certo, ho scritto anche delle cose per grandi organici, ma una cosa che ho capito col tempo andando avanti nella vita è che questi pezzi “piccoli”, piccoli nel senso che sono scritti per un gruppo ristretto di artisti e musicisti, si possono eseguire spesso, mentre i brani scritti per organici più estesi non si ha quasi mai la possibilità di eseguirli…
FMD: Ho notato che nel suo catalogo, molto esteso per la verità, il suo rapporto con il teatro è sempre stato molto stretto. Lei ha composto diversi brani anche per il teatro: gli altri brani che ha composto sono concepiti in maniera simile a Vesalii Icones (per chamber ensemble) per quanto riguarda il carattere, la formazione dell’organico, oppure ve ne sono alcuni scritti anche per ensembles più vasti?
PMD: No, tendenzialmente gli organici sono sempre così, come in Vesalii, “concentrati”… Mi piace molto pensare alla musica come ad un campo di forze dove l’azione dei vari elementi in gioco è concentrata: si può fare, con un gruppo ristretto, un’impressione molto più forte, credo; anche sotto il profilo della teatralità e della musicalità, la cosa colpisce assai di più il pubblico. Certo, è molto più difficile per l’immaginazione, ma vale senz’altro la pena…
FMD: Credo che sia molto difficile ed impegnativo per l’ascoltatore seguire un ensemble numericamente ristretto come questo ma, allo stesso tempo, ritengo che sia anche molto più coinvolgente ed interessante per colui che ascolta seguire il discorso fatto dalla musica, in una situazione così “concentrata”. A questo proposito volevo chiederLe: come si pone la musica in un brano, come quello che ascolteremo stasera, dove è presente anche un danzatore; cioè, la musica supporta l’azione del danzatore, la commenta, oppure è in certo senso distaccata dall’azione del danzatore in senso stretto?
PMD: Quando abbiamo eseguito questo pezzo per la prima volta la relazione, il rapporto tra musica e danza è stato veramente strettissimo, si è trattato quasi di una simbiosi dal momento che il danzatore suonava anche il pianoforte ed anche la violoncellista ha preso parte all’azione; si è verificata, anche indipendentemente dalla mia volontà e dal mio controllo soggettivo, una totale unione dei due media. Devo dire tuttavia che sin da principio nella mia mente, quando ho avuto l’idea di scrivere questo brano, la prima intuizione che ho avuto è stata quella di un complesso, di un’unione assoluta tra le due arti: quella teatrale-coreutica, del corpo in movimento e quella musicale, dei suoni in movimento. Ecco, forse proprio l’idea del movimento è stata alla base della composizione di questo brano.
FMD: Quindi potremmo definire Vesalii Icones come una performance dove le diverse arti, musica danza e teatro, coesistono in maniera molto più…
PMD: Stretta… Sì, è esattamente così…
FMD: Distaccandoci un po’ dal brano che ascolteremo stasera e guardando alla sua produzione che è decisamente cospicua, Lei, in quanto compositore, musicista che ha attraversato l’intero secondo Novecento, come si pone nei confronti delle diverse tendenze e dei vari movimenti che dagli Anni ’50 in poi si sono sviluppati in Europa e negli Stati Uniti (penso alle esperienze di Darmstadt, del Minimalismo, della Neoavanguardia, della Scuola Spettrale, etc.)?
PMD (sorridendo): Ho imparato tante tante cose da tutti questi movimenti... Sono stato a Darmstadt negli anni Cinquanta e ho imparato molto dalla minimal music, ma sono rimasto me stesso e forse sono una sorta di “unione” di tutte queste correnti… Ma la cosa per me più importante è che non devono esserci barriere fra musicisti e ascoltatori: la musica deve parlare direttamente agli uditori, senza difficoltà eccessive nel linguaggio musicale e senza complessità musicali inutili. Io voglio parlare al pubblico con la mia musica in maniera diretta; certo, conosco tutti questi movimenti, essi sono senz’altro utili, ma sono forse, talvolta, un po’ ripiegati su se stessi… Io sono sempre stato un outsider sulla scena della musica contemporanea mondiale… Sono sempre stato molto solo, forse perché non creo difficoltà agli ascoltatori (ride)…
FMD: Forse tutti i compositori inglesi, anche nei secoli, sono stati musicisti che hanno avuto uno stile molto personale, diverso dalle coeve correnti europee, quali ad esempio l’opera italiana dell’Ottocento, la musica tedesca di epoca romantica, che sono indubbiamente altra cosa rispetto alle esperienze musicali che, in quegli stessi anni, si andavano facendo in Inghilterra ad opera di musicisti autoctoni: quindi in un certo senso Lei è riuscito a mantenere questa “originalità” anche nel Novecento, rispetto ai vari movimenti europei ed americani…
PMD: Sì, effettivamente credo che sia così… Una cosa per me molto importante è la “pratica” musicale da parte del musicista, che si può fare dirigendo un’orchestra, suonando uno strumento, etc. L’importante è stare “dentro” la musica, la vita musicale, non staccarsene mai. Io ora sono qui, stiamo provando il brano che suoneremo stasera in concerto, è la mia musica e voglio essere io in prima persona a “farla”, partecipando alle prove e all’allestimento dello spettacolo, attraverso consigli agli interpreti e al danzatore; non voglio stare dentro una campana di vetro, isolato dal mondo e dalla realtà che mi circonda… Non fa per me…
FMD: Tutto ciò tra l’altro consente una maggiore vicinanza con chi poi dovrà ascoltare la sua musica e capire cosa Lei con essa abbia voluto dire…
PMD: Esatto… E dirigendo l’orchestra si imparano moltissime cose…
FMD: Per quanto riguarda invece il suo rapporto con le tecniche compositivo del passato, dal gregoriano al Rinascimento al Barocco al Classicismo, come si pone Lei nei confronti di queste tecniche?
PMD: Ho imparato molto soprattutto dal canto gregoriano, dai metodi dei compositori medievali e rinascimentali… Per quanto riguarda il Classicismo, ovviamente ho più volte diretto e suonato questa musica, quindi la conosco… Haydn, Mozart, Beethoven e Schubert sono autori che conosco molto bene…
FMD: Mi sembra comunque che per Lei rimanga importante comunicare con la sua musica; la finalità comunicativa nei confronti del pubblico si pone cioè come un aspetto fondamentale della sua musica…
PMD: Sì è così… Naturalmente poi c’è caso e caso: se scrivo ad esempio un quartetto per archi la musica sarà necessariamente più difficile, ma era così anche per Beethoven e Mozart… C’è sempre stata per i compositori una certa difficoltà nel farsi comprendere, nel far comprendere ed accettare al pubblico alcuni loro lavori; ciò è fisiologico se si intende la musica come un qualcosa che vada al di là del mero intrattenimento, del puro piacere auditivo istantaneo. La musica veramente grande non sempre riesce a convincere il pubblico, o per lo meno la gran parte del pubblico; tuttavia, credo comunque che valga la pena scriverla… Anche se solo una minoranza veramente competente sarà in grado di capire ed apprezzare questa musica…
FMD: Per quanto riguarda la vita musicale e soprattutto la funzione della musica contemporanea, Lei trova delle differenze tra ciò che accade in Italia e ciò che invece avviene in Inghilterra o nel resto d’Europa, in particolare per quanto riguarda la diffusione di questa musica nei teatri e nelle sale da concerto?
PMD: Credo che da noi (in Inghilterra, ndr) la situazione della musica contemporanea sia un po’ più facile che qui in Italia. A Londra, ad esempio, ogni anno vengono organizzati i Promenade Concerts, dei concerti dove si suona di tutto, dalla musica antica alla moderna, e grande spazio viene riservato alla produzione contemporanea: il pubblico vi partecipa perché vuole conoscere i compositori, gli autori delle musiche che ha ascoltato e che gli sono piaciute; in generale c’è molto più entusiasmo per la musica dei nostri giorni, molta più curiosità, soprattutto oggi che ci sono tantissimi nuovi compositori e che si può ascoltare di tutto ovunque…
FMD: C’è qualche suo collega, non soltanto inglese ma anche europeo o statunitense, che lei sente particolarmente vicino nella poetica e nell’estetica?
PMD: Tra gli italiani, mi sento particolarmente vicino a Berio, Nono e Maderna. Li ho conosciuti tutti e tre e devo dire che sono stati tre musicisti eccezionali: la musica di Berio mi piace perché mi dà sempre una sensazione di freschezza e spontaneità, quasi come fosse stata composta da un bambino… (ride). Tra gli inglesi, mi piace molto Mac Millan e in generale i compositori giovani della su generazione… Fra gli statunitensi ricorderei Elliot Carter: ha più di novant’anni ma scrive ancora… è incredibile. Lo conobbi nel 1957, quando studiavo con Petrassi a Roma: un giorno venne a trovarci e si intrattenne con noi per un po’… con Petrassi erano grandi amici.
L’influenza più importante sulla mia vita di compositore l’ha avuta tuttavia proprio Goffredo Petrassi, con cui ho studiato solamente un anno ma con il quale siamo rimasti sempre in contatto: l’ho visto per l’ultima volta sei mesi prima che morisse.
FMD: Un’ultima domanda Maestro: nella sua musica c’è più istinto o razionalità?
PMD: (Ride)… È difficile rispondere… La mia musica teatrale è molto “istintiva”, come secondo me si addice alla musica per il teatro… Quando scrivo un quartetto o una sinfonia, invece, tendo ad essere maggiormente riflessivo. Si può fare filosofia della musica in un quartetto o in una sinfonia, ma non nella musica teatrale…
FMD: La ringrazio molto per la sua disponibilità e la sua gentilezza e mi auguro di incontraLa di nuovo quanto prima.


Nota: Intervista realizzata lunedì 24 maggio 2004 alle ore 11.30 presso l’Auditorium dei Cantieri Goldonetta a Firenze.


Tutti i diritti riservati www.metamusica.com
Copyright 2005 Filippo Maria Daidone

 

 
I SERVIZI






ricerche
 Associazioni Italiane
 Associazioni Europee
 Festival Nazionali
 Festival Internazionali
 Conservatori 
 Istituti e scuole
 guida all'ascolto

 INSERIMENTO GRATUITO CONCERTI

 
 
ecco al novità
  NEU!  
Affiliati e sponsor