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1905 …… e tutto il resto è noia
I "colori" della musica da Debussy a Joni Mitchell



 Arcadio Baracchi e Iacopo Fallani dalla trasmissione musicale

           “Non siamo stati noi”           nonsiamostatinoi@controradio.it

(Articolo apparso su il "Rosso Fiorentino" mensile di Controradio)

Gran cosa, Internet! A saperci lavorare ci si trova di tutto, dalla ricetta della torta di coccodrillo all’asta per aggiudicarsi tutti i numeri de L’Intrepido del 1980. Una delle cose migliori offerte dalla rete sono i siti cronologici, quelli, per capirci, che ti dicono tutto quello che di un certo rilievo è successo in un certo anno. E se andate a controllare il 1905, cento anni or sono, scoprite o ricordate che Sigmund Freud pubblicava uno dei suoi saggi fondamentali, “Tre saggi sulla sessualità”; che Albert Einstein presentava al mondo la sua teoria della relatività; che in Russia nascevano i primi Soviet e che Claude Debussy terminava e presentava per la prima volta il suo “La Mer”. Ci piacerebbe discettare di psicoanalisi o di fisica ma la nostra missione aziendale ci obbliga a parlare di musica, prendendo però in prestito un aggettivo caro alla poesia e alla pittura: impressionismo. Il termine, proveniente da un quadro di Monet, “Impression : lever du soleil” del 1872, dove acqua e cielo si fondono impercettibilmente uno nell’altro, dette il nome a questo movimento pittorico che si sviluppò negli anni 70 e 80 dell’800, influenzando profondamente il mondo dell’arte. La concezione pittorica basata principalmente sull’’impressione’senza forma, della luce e del colore, venne assorbita e percepita anche da Debussy ( “I paesaggi di Claude Monet non sono altro che sinfonie di onde luminose” scrisse). Per anni il compositore francese , che che ne dicano alcuni agiografi a posteriori, fu definito dai suoi contemporanei “musicista più che un virtuoso” (sono mai cambiati i tempi?): odorando in questa figura le stravaganze impressioniste, “nemiche delle verità”, viene fin da subito “condannato”. Le sempre maggiori influenze culturali a cui venne sottoposto nei suoi viaggi romani, i suoi pellegrinaggi a Bayreuth per ascoltare la musica di Wagner, il contatto con le partiture dei grandi compositori russi, l’aver fatto la conoscenza con il gamelan alla Esposizione Universale di Parigi del 1889 (lo stesso che molti anni dopo influenzerà J.Cage, nella scrittura delle sue sonate per pianoforte preparato), lo porteranno a sbocciare, esponendolo dapprima alle impietose ‘luci della ribalta’ come un caposcuola, dopo l’andata in scena nel 1902 del Pelléas et Melisand, e successivamente nel 1905, dopo l’esecuzione del suo capolavoro sinfonico La Mer, ad aspre critiche. Il periodo di crisi personale che seguì al Pelleas, lo spinse ad intrecciare una relazione con la colta cantante Emma Bardac; da ciò, il tentativo di suicidio della moglie Lilly. Il gesto della moglie destò un’ondata di sdegno nei confronti di Debussy e fu forse la vera base delle aspre critiche al “vuoto senza forma” che caratterizzarono la prima uscita di “La Mer “(5 marzo 1905), eseguita nell’Ottobre dello stesso anno. Nonostante le critiche avessero più a che fare con il suo privato che non con la sua arte, fu indubbia la rottura creata dalla concezione sonora del lavoro di Debussy, basata su suggestioni timbriche e fascinazioni sonore, tale da aprire spazi concettuali nuovi e nuovi orizzonti anche per il settore exra-colto.
Perché molto probabilmente, nessuna musica extra-colta che non fosse stata di derivazione strettamente etnica e popolare sarebbe mai esistita senza il contributo che Debussy dette alla musica in generale. Sarà il jazz a cavallo fra gli anni ’40 e ’50 a portare presso il pubblico dei club le armonie di Debussy, unitamente a quelle di Stravinskij, inserendole nelle proprie composizioni: accordi più complessi, più ‘sospesi’, derivanti dalla tradizione arcaica europea e dalla musica popolare dell’estremo oriente, così diversi da quelli usati dalle grandi orchestre swing. Da quel momento in poi, la musica extra-colta non potrà più fare a meno di questa profondità armonica, di questa complessità suggestiva. Certo, non stiamo pensando ai ‘tre-accordi-tre’ dei Ramones quanto piuttosto alla new wave raffinata dei Japan, alle scorribande armoniche del rock progressivo e al cantautorato raffinato di Joni Mitchell (si, anche Norah Jones, se proprio volete). Ed eccolo, il corto circiuto musicalstorico: la Mitchell che gioca con il jazz, che eredità Debussy dal jazz per restituircelo, come se il tempo e i vari passagi di mano non fossero mai esistiti.
Forse, è questo il vero senso della grande arte: per quante appropriazioni, debite e non, possa subire, ciò che vale resta e “Tutto il resto è noia” (ma come si fa a chiudere un articolo su Debussy citando Califano?!).


 

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