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Chissà se
per diventare un grande bisogna morire giovani
oppure
Muor giovane
chi è caro agli dei?
Arcadio Baracchi e Iacopo Fallani dalla
trasmissione musicale
“Non siamo stati noi”
nonsiamostatinoi@controradio.it
(Articolo apparso su il "Rosso Fiorentino"
mensile di Controradio.
Credo che fino a qualche decennio fa, ci si
potesse ancora porre il problema se i mezzi
mediatici non fossero abbastanza celeri nella
diffusione di notizie o se la morte
santificasse. Le tecnologie attuali hanno reso
la risposta chiara : la morte santifica, e a
volte è un bene. Prendendo ad esempio due
personaggi del mondo musicale credo che tutto
questo si possa evincere abbastanza facilmente.Nella
migliore concezione romantica del “Genio” ,
Giovan Battista Pergolesi, compositore
napoletano dei primi del ‘700, morì precocemente
all’età di 26 anni - non vi fate venire i
complessi di inferiorità , c'è sempre tempo per
morire - lasciando però una cospicua eredità, ma
solo tardamente impugnata. Infatti nel 1752, 26
anni dopo la sua morte, il suo ormai celebre
capolavoro l’intermezzo musicale “ La Serva
Padrona”, sconvolse il mondo dell’opera afflitto
da polpettoni eroico - storici, troppo distanti
dalla vita di tutti i giorni e troppo noiosi.
Volete mettere trame con servette civettuole e
padroni tonti?
Si aprì lo scontro. Nonostante il tempo
intercorso nella fase di masticazione del
processo culturale, la digestione non fu delle
migliori. Si crearono due fronde opposte , da
una parte la nobiltà, seguaci dell’opera
francese spalleggiati dall’imponente figura del
re, e dall’altra la borghesia con la graziosa e
pia, ma decisa riformista, regina Maria
Leszczynska, che dettero vita a quella Querelle
de bouffons, altrimenti detta nella versione
politica Querelle des coins. Da quasi
sconosciuto a motore di una vera e propria
rivoluzione del gusto e della società: Pegolesi
non avrebbe potuto fare di più.E nel suo piccolo
un altro grande rivalutato postmortem come Nick
Drake ha dato il suo fondamentale contributo,
lasciando perdere la società ma prendendo in
pieno la musica.
Nel 1972, Nick Drake da alle stampe il suo terzo
e ultimo album, il doppio “Pink Moon”; due anni
dopo, solo ventiseienne e sconosciuto ai più,
Nick Drake scompare. Ed è grazie a quelli che
non erano fra i più che inizia la costruzione
del ‘mito’ Nick Drake. Una costruzione lunga
vent’anni, senza eclatanti esplosioni e
querelles ma costante.Un crescendo di interesse
ed entusiasmo per questo cantautore raffinato,
dalla voce calda e intimista,
dall'inconfondibile stile chitarristico. Alla
fine di questo processo, fatto di cassette
copiate e passate di mano in mano (mitologia
rock ai tempi dell'analogico: che nostalgia!),
Nick Drake ha finito per rappresentare il
cantautore non militante - non à la Dylan - per
antonomasia per diverse generazioni di musicisti
impegnati a cantare il nostro mondo interiore
evitando banalità e retorica. Se a tutto questo,
che non è poco, ci sommiamo il fatto che Nick
Drake, con la sua morte rubricata come suicidio
ma molto più probabilmente accidentale (un
overdose di uno psicofarmaco che assumeva
regolarmente per dormire) e con la proverbiale
timidezza che gli era propria e che lo tenne
lontano dalle esibizioni dal vivo, non sia mai
stato troppo appetibile per i forzati del 'live
fast, die young', dobbiamo fare uno sforzo per
non correre dal nostro discaio di fiducia a
chiedere: un Nick Drake, uno qualunque.
E già che ci siete, concedetevi un figurone e
chiedete anche un Pergolesi: un’accoppiata che
fa fino, e non pensiate che porti sfiga. Non se
avete più di ventisei anni, comunque.
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